In Consiglio regionale, l’assessora toscana all’Ambiente (Monia Monni) ha risposto a due interrogazioni sui ritardi nella formulazione del Piano regionale sui rifiuti, avanzate rispettivamente dal portavoce dell’opposizione (Marco Landi, Lega) e dalla consigliera Elisa Tozzi (gruppo misto-Toscana domani).

L’ultimo Piano è stato approvato dalla Regione nel 2014 e dopo aver subito lievi modifiche nel 2017 ha esaurito il suo orizzonte nel 2020, senza traguardare nessuno dei principali obiettivi che si era posto.

Già nel 2018 la Giunta toscana, allora guidata da Enrico Rossi, prometteva un nuovo Piano per governare la gestione dei rifiuti da lì al 2023. Nel mentre la Giunta è cambiata, il 2023 è arrivato e adesso la Toscana dovrebbe prepararsi al quinquennio successivo. È andata diversamente: il nuovo Piano non è mai stato approvato e ancora non si ha idea di quando verrà definito.

L’ultima ipotesi avanzata dalla Giunta prevedeva l’arrivo del documento in Consiglio regionale lo scorso settembre, poi il brusco stop politico all’ipotesi di realizzare un impianto di riciclo chimico a Empoli – ipotesi progettuale avanzata insieme ad un’altra quarantina all’interno di un avviso pubblico bandito dalla stessa Regione – ha scompigliato ulteriormente le carte.

Rispondendo a Landi, Monni ha spiegato che «la funzione di questo avviso era quella di esplorare le potenzialità impiantistiche che gestori sono intenzionati a mettere a terra in Toscana, uno strumento che ha raccolto oltre 40 manifestazioni di interesse e attratto proposte su tecnologie impiantistiche anche all’avanguardia sia nel riciclo che nel recupero».

Nel merito, il portavoce dell’opposizione ha osservato che si tratta di «stravolgere un po’ il nostro ruolo, quello di legiferare e trovare i principi all’autosufficienza e agli interventi da fare». Un’osservazione cui Monni risponde affermando che «alla Regione spetta il compito di assicurare la chiusura del ciclo con la definizione degli impianti di smaltimento finali come le discariche. È utile ricordare che i rifiuti urbani quando vengono avviati a riciclo e recupero vengono sul libero mercato e non sono più oggetto della pianificazione pubblica ed equiparati ai rifiuti speciali».

Si tratta di un aspetto approfondito più volte su queste pagine. È vero che la gestione degli speciali è di norma affidata al mercato, mentre i rifiuti urbani ricadono nell’ambito della privativa comunale e dunque la loro gestione è (su base diretta o tramite affidamento) in capo alla mano pubblica.

All’atto pratico, però, la differenza è molto sottile. Da una parte le norme individuate dal Testo unico ambientale (dlgs 152/2006) vietano di smaltire rifiuti urbani tal quali: una volta passati attraverso un impianto di trattamento meccanico biologico (Tmb), i rifiuti urbani diventano così rifiuti speciali e possono essere affidati al mercato, per andare ovunque, anche al di fuori dell’Ato o Regione di competenza. Lontano dagli occhi e dal cuore dei cittadini. È il cosiddetto “turismo dei rifiuti urbani”, che infatti in Italia percorrono circa 68 milioni di chilometri l’anno. Anche in Toscana un terzo di tutti i rifiuti speciali arriva dal trattamento di altri rifiuti e acque reflue.

Dall’altra parte, è banale osservare che tutta l’infrastruttura impiantistica per la gestione dei rifiuti – urbani o speciali – dal riciclo al recupero energetico allo smaltimento, è soggetta e dunque dipende dalle autorizzazioni pubbliche, che in questo caso arrivano (o meno) dalla Regione. Che ha dunque una responsabilità indiretta fondamentale nella gestione (o meno) degli speciali. Non a caso, Monni ha più volte ribadito che il Piano regionale punta all’autosufficienza nella gestione dei rifiuti urbani come dei rifiuti speciali.

Senza nuovi impianti industriali a servizio di questo scopo, però, l’obiettivo resta irraggiungibile. Mentre i nuovi ancora non sono all’orizzonte, invece, le sindromi Nimby & Nimto a livello locale spingono per chiudere anche i pochi rimasti. «Siamo preoccupati perché manca una programmazione e una pianificazione, se chiuderanno gli impianti di Montale e Livorno (due dei quattro termovalorizzatori ancora attivi in Toscana, ndr) non abbiamo capito cosa accadrà», osserva Landi. Senza alternative di prossimità, la risposta in realtà è evidente: ci sarà un maggior ricorso alle discariche e/o all’export.

«Non posso nascondere la preoccupazione di come si stia affrontando la questione dei rifiuti – chiosa Tozzi –, con incertezza e procrastinazione. La situazione rischia di esplodere anche per i costi sui rifiuti. Siamo voluti partire dal gassificatore di Terrafino ad Empoli però è una situazione che rischia di ripetersi in tutta la Toscana. La Giunta ha detto no ai termovalorizzatori nella speranza che questo avrebbe fermato le proteste sui territori quando si tratta di localizzare gli impianti. La definizione del nuovo piano di gestione dei rifiuti regionale ha un ritmo lento e si rischia di non arrivare alla fine entro la legislatura».

Non che dalle forze di opposizione sia arrivato nel mentre un esercizio di grande responsabilità: basti osservare il caso di Empoli, dove a un’iniziale entusiasmo bipartisan è seguita un’indisponibilità altrettanto bipartisan di fronte alle prevedibili proteste da parte dei sempre presenti comitati “ambientalisti” locali (mentre Legambiente Toscana ha sempre sostenuto l’utilità della tecnologia). L’ennesima riprova di una classe politica che sembra ormai aver perso ogni funzione pedagogica e culturale, inseguendo un sempre più effimero consenso elettorale che la (e ci) condanna all’immobilismo.

L’articolo Il nuovo Piano regionale sui rifiuti slitta ancora, la Toscana l’aspetta da cinque anni sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.