Il 2025 si è aperto con una piccola grande rivoluzione nel mondo della raccolta differenziata: dal 1° gennaio, infatti, anche i rifiuti tessili entrano a far parte delle categorie da smaltire separatamente. Un cambiamento epocale che coinvolge tutti i cittadini dell’Unione europea e che mira a ridurre l’impatto ambientale di un settore, quello tessile, spesso sotto accusa per il suo elevato tasso di inquinamento.

Dimenticatevi quindi di gettare i vecchi jeans scoloriti o le magliette bucate nel cassonetto dell’indifferenziata! Gli abiti usati, strappati o semplicemente fuori moda vanno conferiti negli appositi contenitori che ogni Comune dovrà predisporre sul proprio territorio. Una novità che si inserisce nel quadro di un piano più ampio dell’Unione europea volto a migliorare la sostenibilità nell’industria tessile e a promuovere un’economia circolare.

Ma cosa si intende esattamente per “rifiuti tessili”? La definizione è ampia e comprende non solo abiti e accessori di abbigliamento, ma anche tessuti di arredamento, biancheria per la casa e persino scarpe. L’obiettivo è quello di intercettare e recuperare la maggior quantità possibile di materiale tessile, evitando che finisca in discarica o negli inceneritori.

L’Italia fa da apripista

In realtà, l’Italia si è mossa in anticipo rispetto all’obbligo europeo. Già dal 1° gennaio 2022, grazie al Decreto Legislativo n. 116/2020, nel nostro Paese è stata introdotta la raccolta differenziata per i rifiuti tessili. Un’iniziativa che ha permesso di sperimentare e affinare le modalità di raccolta e di sensibilizzare i cittadini sull’importanza di questo gesto.

Perché differenziare i tessili?

Le motivazioni che hanno spinto l’Unione europea a introdurre questa nuova normativa sono molteplici. Innanzitutto, la necessità di ridurre l’impatto ambientale del settore tessile, responsabile di una quota significativa delle emissioni globali di CO2 e dell’inquinamento delle acque. Secondo alcune stime, la produzione tessile contribuisce dal 2% al 10% delle emissioni globali di anidride carbonica, al 20% dell’inquinamento delle acque dolci e a una percentuale compresa tra il 16% e il 35% dell’inquinamento degli oceani causato dalle microplastiche.

Inoltre, la raccolta differenziata dei tessili permette di recuperare e riciclare le fibre tessili, dando loro nuova vita e riducendo la necessità di produrre nuovi materiali. Un processo virtuoso che contribuisce a limitare lo spreco di risorse e a promuovere un modello di economia circolare.

Ma dove finiscono i vestiti che depositiamo negli appositi contenitori?

Una volta raccolti, i rifiuti tessili vengono avviati a diversi processi di trattamento e recupero. I capi in buono stato possono essere riutilizzati direttamente, mentre quelli danneggiati vengono sottoposti a processi di riciclo per ottenere nuove fibre o materiali.

Responsabilità estesa del produttore

Un ruolo chiave in questo processo è svolto dalla responsabilità estesa del produttore (EPR). Questa normativa impone ai produttori di prodotti tessili di farsi carico della gestione dei rifiuti derivanti dai loro prodotti, incentivando la progettazione di capi più durevoli e facilmente riciclabili.

Multe salate per i trasgressori

Attenzione però a non sottovalutare l’importanza di questa nuova norma. Chi continuerà a gettare i propri abiti nell’indifferenziata rischia infatti multe salate, che possono arrivare fino a 2.500 euro. Un deterrente che mira a responsabilizzare i cittadini e a promuovere un comportamento virtuoso.

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